Quando iniziare lo svezzamento, e come capirlo davvero
Non una data sul calendario ma cinque segnali osservabili: come capire se un bambino è pronto per l’alimentazione complementare.
di Anna Sartori, Biologa Nutrizionista · 8 minuti di lettura ·
La domanda arriva quasi sempre nella stessa forma: «a che mese si comincia?». È la domanda naturale, ed è anche quella che porta fuori strada, perché mette al centro il calendario invece del bambino. Due bambini nati lo stesso giorno possono essere pronti a distanza di sei settimane l'uno dall'altro, e nessuno dei due è in ritardo.
Quello che segue è come si ragiona davvero su questa decisione: prima i segnali, poi le indicazioni di riferimento, poi le cose che vale la pena non fare.
Cosa dicono le indicazioni internazionali
L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l'allattamento esclusivo per i primi sei mesi, e l'avvio dell'alimentazione complementare intorno ai sei mesi compiuti, con la prosecuzione dell'allattamento. Le società scientifiche pediatriche europee indicano una finestra un po' più ampia: l'alimentazione complementare non dovrebbe iniziare prima delle diciassette settimane compiute né essere rimandata oltre le ventisei.
Le due indicazioni non sono in contraddizione: la prima è una raccomandazione di salute pubblica, la seconda descrive l'intervallo entro cui la scelta è appropriata. Nella pratica significa che c'è un margine di alcune settimane, e che dentro quel margine decide il bambino.
Due estremi, invece, hanno conseguenze reali. Iniziare troppo presto — prima delle diciassette settimane — significa proporre cibo a un apparato digerente e a un sistema neuromotorio non ancora pronti, e sottrarre latte in un momento in cui il latte è ancora il nutrimento principale. Rimandare troppo — oltre le ventisei settimane — espone a un altro rischio: dai sei mesi in poi le riserve di ferro accumulate durante la gravidanza si esauriscono, e il solo latte non basta più a coprirne il fabbisogno. Il ferro, non le calorie, è il motivo nutrizionale per cui lo svezzamento non si rimanda a lungo.
I cinque segnali che contano
Sono osservabili in casa, senza strumenti, e valgono più di qualunque data.
Sta seduto con appoggio e tiene il capo dritto. Non serve che stia seduto da solo: serve che, sistemato su un seggiolone con un sostegno, mantenga il tronco stabile e il collo fermo. Deglutire in una posizione instabile non è sicuro.
Ha perso il riflesso di estrusione. Nei primi mesi la lingua spinge fuori automaticamente tutto ciò che è solido: è un riflesso protettivo. Finché c'è, il cibo torna indietro — e non è un rifiuto del gusto, è un riflesso che non si è ancora spento.
Porta gli oggetti alla bocca in modo intenzionale. Non il movimento casuale delle prime settimane, ma il gesto di afferrare qualcosa e portarlo alla bocca volendo farlo.
Mostra interesse per quello che mangiate voi. Segue il cucchiaio con lo sguardo, si sporge, apre la bocca. È un segnale sociale prima che alimentare, e conta parecchio.
Ha raddoppiato il peso della nascita. Non è un criterio rigido, ma è un indicatore ragionevole di maturità complessiva.
Quando ci sono tutti, o quasi tutti, si può iniziare. Quando ne mancano diversi, si aspetta qualche settimana e si riguarda: aspettare due settimane non ha mai fatto danno a nessuno, forzare sì.
Quello che i segnali non sono
Alcune cose che vengono lette come «è pronto» non lo sono, e questa è la parte in cui in visita si passa più tempo.
Il bambino che si sveglia di notte non lo fa perché ha fame di cibo solido: i risvegli notturni intorno ai quattro mesi sono un fenomeno noto e riguardano il sonno, non l'alimentazione. Anticipare lo svezzamento per farlo dormire non funziona, ed è una delle credenze più diffuse.
Il bambino che «guarda mentre mangi» sta esprimendo interesse sociale, che è uno dei cinque segnali ma da solo non basta. E il bambino grande per la sua età non è per questo più maturo dal punto di vista neuromotorio: la taglia e la capacità di deglutire in sicurezza sono due cose diverse.
Da cosa si comincia
Una volta stabilito il quando, la domanda successiva è il cosa. Qui la regola più utile è anche la più semplice: un alimento nuovo alla volta, ripetuto per due o tre giorni prima di introdurre il successivo. Non per paura, ma per poter attribuire una reazione a qualcosa di preciso se c'è.
Le priorità nutrizionali dei primi mesi di alimentazione complementare sono il ferro e l'energia: carne, legumi, cereali non raffinati, e una fonte di grassi come l'olio extravergine d'oliva. La frutta e la verdura entrano subito, ma non sono la parte che copre i fabbisogni: sono la parte che costruisce il gusto.
Il latte, materno o formulato, resta l'alimento principale per tutto il primo anno. L'alimentazione complementare si chiama così proprio per questo: completa, non sostituisce.
Gli alimenti da rimandare
Poche voci, e tutte per ragioni precise:
- il miele, prima dell'anno, per il rischio di botulismo infantile;
- il sale, che il rene di un lattante non è in grado di gestire, e che oltretutto abitua a una soglia di gusto che poi resta;
- lo zucchero aggiunto, per la stessa ragione di abitudine, e perché sostituisce calorie utili con calorie vuote;
- il latte vaccino come bevanda principale, prima dell'anno: come alimento in preparazioni è un'altra cosa;
- gli alimenti che possono provocare soffocamento nella loro forma intera — frutta secca, chicchi d'uva interi, pezzi tondi e duri.
Fuori da questo elenco, invece, la tendenza attuale è opposta a quella di dieci anni fa: rimandare l'introduzione degli alimenti potenzialmente allergizzanti non protegge, e l'evidenza degli ultimi anni suggerisce che introdurli nella finestra appropriata sia semmai favorevole. Se in famiglia ci sono allergie note, questa è una conversazione da fare con il pediatra prima di iniziare, non un motivo per aspettare in silenzio.
Come capire se sta andando bene
Non dalla quantità. Nelle prime settimane un bambino può mangiare pochissimo e va benissimo così: sta imparando un gesto, non sta coprendo un fabbisogno.
I segnali che le cose procedono sono altri: la crescita prosegue lungo la sua curva, il bambino si avvicina al cibo con curiosità invece che con tensione, il numero di alimenti accettati aumenta lentamente nel tempo, e i pasti non sono diventati il momento peggiore della giornata per nessuno.
Se invece la crescita rallenta, se il rifiuto è sistematico e non occasionale, o se ogni pasto è un braccio di ferro, è il momento di guardare la situazione nel dettaglio invece di insistere con lo stesso schema.